DOV’E’ IL TUO SEGNALIBRO? “Dove il vento grida più forte”

PER LA NUOVA RUBRICA FANTALICA

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“DOV’E’ IL TUO SEGNALIBRO?”

 ARISTIDE CAPUZZO
socio fantalica,
ci invia un estratto da

“DOVE IL VENTO GRIDA PIÙ FORTE”
di Robert Peroni

Segue il brillante
commento del socio, da cui
“Gli inuit credono che nell’odore delle persone ci sia la loro anima e per questo si annusano.”

dove il vento grida più forte

 

Con una mano stringo la leva dell’acceleratore e con l’altra il timone. Guardo verso la foca, non si muove. Pavia si prepara a sparare, solleva l’arma e prende la mira. Siamo ancora un po’ troppo lontani e, di nuovo a gesti, senza dire una parola, Pavia mi fa segno di andare a destra, poi un po’ a sinistra e infine rallentare. Eseguo, obbediente. Lui è teso, pronto: in questo momento è un professionista che sta facendo il proprio lavoro.

Non parliamo, cerchiamo di fare il più piano possibile, ma la foca ha i sensi molto sviluppati, si accorge di noi e scappa. Ha avvertito il pericolo. La seguiamo per una buona mezz’ora, lei si sposta, sparisce, poi ricompare. Non perdiamo il contatto visivo se non per pochi secondi.

Sono stufo. Ho fame, freddo e continua a piovere. In questi anni groenlandesi ho imparato che non ci si deve lamentare, ma dentro di me vorrei essere ovunque tranne che su questa barca. Smetto di guardarmi in giro, il cielo è plumbeo e con la pioggia non si vede niente. Mi limito a osservare le dita di Pavia, che mi dicono cosa fare e la direzione da prendere. Non voglio scontentare il mio amico, però mi sembra una situazione un po’ balorda.

In cuor mio mi auguro che Pavia si rassegni e mi dica che lasciamo perdere. Dai, buttati in mare e salvati, penso guardando la foca. Ma mi ignora: forse è stanca quanto me e sembra decisa a consegnarsi al suo carnefice. Il mio amico mi indica un’ultima volta dove andare, do un piccolo colpo a destra con il timone e siamo finalmente a tiro. E’ un attimo: carica, punta e improvvisamente do un leggero strappo di acceleratore. Non so quantificarne con esattezza la forza, ma è sufficiente a spostare di quel tanto il bersaglio perché Pavia rinunci a sparare e la foca riesca a nascondersi fuori della nostra portata. Non sono sicuro di avere accelerato intenzionalmente, ma so di avere pensato: Povera foca. Poco più di un istinto.

Pavia non fa una piega, non mi guarda male, si comporta come se fossi stato correttamente al suo fianco. La foca è scappata, punto.

(…)

Pavia si alza, va a prendere qualcosa nella tenda e torna con un piatto pieno di lische di pesce completamente spolpate, appena un’ombra di carne qua e là. Ce le passiamo, succhiando e ripulendo ognuno la propria. I bambini si divertono a infilare le piccole dita tra le spine, fanno a gara a chi riesce a staccare il pezzo di carne più grande.

-Guarda!- esclama il vincitore, che mi mostra esultante un brandello di mezzo centimetro.

(…)

Mi infilo nel sacco a pelo, do un’ultima occhiata al fiordo, mi copro bene e, sentendomi un criminale, faccio quello a cui ho pensato incessantemente nelle ultime ore. Mi guardo intorno, controllo che nessuno mi veda e infilo la mano in tasca. La barretta di cioccolato è lì dove l’ho messa la mattina, una vecchia abitudine da montanaro. Apro di nascosto la confezione, sperando di non essere scoperto. Ho una fame pazzesca, la porto alla bocca, vorrei divorarla ma l’assaporo lentamente, senza fare rumore, vergognandomi per non averla divisa con gli altri. Tutti hanno fame, forse anche più di me. Nella tenda ci sono almeno dieci bambini e io non ho alcuna pietà.

Ma poche ore prima ho fatto qualcosa di ancora più grave: avremmo potuto catturare quella foca e sfamare la famiglia. Io, uomo bianco civilizzato che so e capisco tutto, che ho una testa da uomo bianco, in verità non ho capito niente.

Questo è uno dei passaggi che più mi sono piaciuti del libro di Peroni. Forse perché la sensazione di essere l’uomo bianco che in verità non ha capito niente torna spesso quando mi trovo a sfogliare un quotidiano, ad assistere a un battibecco, a mandare a fanculo qualcuno quando mi taglia la strada mentre sono in bicicletta.

Sicuramente apprezzo molto le storie di uomini avventati che abbandonano la loro vita per costruirsene un’altra lontano da quella che è stata la loro casa per anni, che affrontano tutte le difficoltà che una scelta del genere comporta: lo spettro della fuga dalle responsabilità che inevitabilmente attanaglia la coscienza, l’incomprensione delle persone vicine, una nuova società in cui essere accettati… Tuttavia crescendo ho capito che per ogni persona che fugge, ce n’è un’altra che resta. Chi dei due sia il più temerario non saprei dirlo.

Però nel libro di Peroni c’è qualcosa di più di una semplice fuga. È la storia di un uomo che dopo una prima spedizione in Groenlandia s’innamora del posto e delle persone a tal punto da dover tornare sempre più spesso, fino a stabilirvisi completamente. È la storia di un uomo bianco che viene accettato dagli inuit (loro temono l’uomo bianco) perché non li giudica, perché non si presenta come un colonizzatore che costruisce hotel, porta turisti, soldi e alcol, che devasterebbero in poco tempo il loro spirito, ma perché si presenta come un uomo che ha trovato un’altra strada da percorrere.

Ed è facile capire perché l’abbia trovata negli inuit, in un popolo che vive alla giornata, che si saluta annusandosi, che nel suo vocabolario non ha parole come futuro e rispetto, non perché non sanno cosa siano, semplicemente perché non ne hanno mai avuto bisogno. È difficile da capire, lo so.

Gli inuit credono che nell’odore delle persone ci sia la loro anima e per questo si annusano. Al di là delle credenze, ho provato a mettere della razionalità da uomo bianco in questa particolarità e mi sono detto: siamo animali e gli odori fanno parte del nostro istinto naturale, non c’è nulla di strano in questo. Anzi, la stranezza sta nello spruzzarsi un deodorante che nasconde il nostro odore agli altri. E questa mattina mi sono domandato di nuovo, mentre mi spalmavo le ascelle di deodorante, se da uomo bianco anch’io in verità non ho capito niente.

Lassù c’è la dimostrazione di come i popoli possano vivere in pace senza sentire le necessità indotte da cui tutti gli uomini bianchi sono ormai dipendenti. Gli inuit cacciano perché hanno fame, si vestono perché hanno freddo, costruiscono la casa per ripararsi, punto. Tutto qui. E non c’è da stupirsi, anche noi siamo così. Lavoriamo per mangiare, per comprare i vestiti, per comprare una casa, punto. La differenza sta nell’animo. Com’è scritto nell’estratto, non ci si deve lamentare. E se non si lamenta chi vive a trenta gradi sotto zero e che mangia a giorni alterni, perché noi lo facciamo? Negli anni abbiamo perso la strada e lo spirito.

Forse per ritrovarli dovremmo smettere di usare i deodoranti e iniziare ad annusarci.