“Deaths in Venice. Racconti dalla laguna” di Laura Liberale

Presentazione dellAntologia
“Deaths in Venice. Racconti dalla laguna”,

aa.vv. a cura di Laura Liberale
Carteggi Letterari, le edizioni di Natalia Castaldi

Venerdì 9 marzo è stata presentata al pubblico l’antologia “Deaths In Venice. Racconti dalla laguna” a cura della scrittrice Laura Liberale. Conduce l’incontro Laura Liberale. Sono stati presenti gli autori: Andrea Breda Minello, Barbara Codogno, Gianni Montieri, Mirco Salvadori, Federica Sgaggio, Anna Toscano.

“L’antologia Deaths in Venice – spiega la curatrice – nasce all’interno di un progetto iniziato con la precedente raccolta edita legata al Père-Lachaise, celebre cimitero parigino. L’idea era quella di unire voci e luoghi, creando una sorta di topografia letteraria: ho pensato alla lettura dei racconti come a un vero e proprio viaggio, da compiersi seguendo la mappa fornita nel libro, secondo le fermate dei vaporetti. Se nel Père-Lachaise erano i morti illustri a parlare grazie all’inventiva di ogni autore, in Deaths in Venice, le storie hanno narratori variegati: vivi, trapassati o confinati in una specie di zona liminare, il tutto incorniciato dallo splendore ineguagliabile di Venezia. In tempi di forte rimozione della morte, l’impresa era parlarne, farne parlare, raccontarla nei registri più diversi. Ne è uscito un libro davvero bello, grazie all’impegno di Natalia Castaldi e delle sue edizioni”.

Andrea Breda Minello (docente, poeta e critico) nella sua nota finale ci racconta immaginificamente l’isola di San Michele: “E qui, chi avrà la docile pazienza degli incanti potrà riversare la propria anima sulle infinite e irripetibili possibilità di mondi altri (…) Solo qui, Venezia non annienta, non ci annienta”.

Barbara Codogno ( scrittrice e giornalista), con il racconto “Educazione sentimentale” ci consegna una dolente voce narrante filiale, il confino di una madre malata, il continuo apprendistato dell’amore e la libertà di una “fuga” veneziana. “Sono passate un paio di settimane e lei è tonda. Il viso, le mani, le caviglie, è tutta gonfia. Mi sembra un pesce palla e mi si spezza il cuore. Lei mi guarda con quei suoi sguardi vuoti che non ho mai capito e mi dice: è il cortisone. E io penso che anche il cortisone è un pesce, un pesce cattivo che vuole mangiarsi la mia mamma pesce palla”.

Gianni Montieri (poeta, critico) propone “La sarta di Herrera”: i fantasmi possono incontrarsi alle Zattere, gli atelier di sartoria materializzarsi improvvisamente e i gabbiani allinearsi come giocatori di calcio, come un’aerea difesa in linea. “Venezia è un posto da cui non te ne vai. Che tu sia morto o vivo non fa alcuna differenza. Che tu esista o meno,
Venezia non discrimina. Venezia è una medaglia: una faccia sta sopra l’acqua e brilla, l’altra più opaca sta sotto l’acqua ed è coperta dalle alghe e non si vede quasi mai.”

Federica Sgaggio (scrittrice e giornalista) in “Convocazioni” mette in scena la tragicommedia delle relazioni amorose, con una sontuosa, divertita e divertente affermazione di autonomia femminile, in quel di Venezia. “Basta sollecitarvi un po’, voi ragazzi. Stimolarvi sulla competizione, toccare i tasti giusti, raccontarvi che siete rivali, o anche solo che lo siete stati. Quando la palla è partita, poi fate tutto da soli”.

Mirco Salvadori (critico musicale, scrittore) ha scritto il racconto “Alle fondamenta del male” con Francesco Forlani, tingendo di nero una Venezia gemellata con Parigi, e intorbidandone di follia e mistero le acque. “Posso immaginare l’espressione del tuo volto mentre leggi questa mail (…) Con un remo ho mandato in frantumi la lampadina di questo
stupido fanale e ora c’è solo lo schermo del tablet ad illuminare il mio angolo di ricordi che profuma di nebbia”.

Anna Toscano (docente, poeta, saggista) propone il racconto “Vicente”, dedicato a “Mario Benedetti, l’uruguayano”, dove Venezia è l’ultimo sogno nella sofferenza indicibile della tortura inflitta dal regime. “Ero morto. Sono morto. Lo sciabordio della laguna mi culla incessantemente, l’immagine della mia vecchia ch mi abbraccia forte a ogni minima onda. Le calli assolate o i campi immersi nella nebbia e l’immagine del mio vecchio che mi dice di sedermi al bar e prendere un caffè con lui”.

On Writing – Stephen King

 On Writing – Stephen King _ Lettera 22

 

 

I personaggi di fantasia arrivano direttamente dalla vita reale?
Certo che no, almeno non in tutto e per tutto.
Cercate di evitare questo rischio, se un bel mattino non volete essere querelati o stecchiti da una pallottola mentre raggiungete la buca delle lettere.

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Per me, ciò che accade ai personaggi con il dipanarsi della storia dipende esclusivamente da quanto scopro su di loro cammin facendo.
Da come crescono, in altri termini.
A volte maturano soltanto un po’, ma se invece prosperano rigogliosi, cominciano a influenzare il corso della narrazione e non viceversa.

Sono convinto che i lavori migliori finiscano con l’essere incentrati più sulla gente che sugli avvenimenti, un modo diverso per dire che sono basati sui personaggi. Comunque, superata la lunghezza di un racconto (dalle duemila alle quattromila parole, per esempio), in genere rifuggo dal cosiddetto approfondimento psicologico. A conti fatti, deve essere la storia a comandare.

Annie Wilkes, l’infermiera che tiene prigioniero Paul Sheldon in Misery, potrà sembrarci una psicopatica, ma non va dimenticato che lei si reputa equilibrata e sana di mente.

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O addirittura un’eroina sotto assedio che si sforza di sopravvivere in una terra ostile.
Pur essendo lampante che soffre di pericolosi sbalzi d’umore, ho cercato di evitare dichiarazioni esplicite tipo: “Quel giorno Annie era abbattuta, forse prossima al suicidio” o “Quel giorno Annie aveva un’aria particolarmente felice”.
Se mi fosse toccato spiegarvelo, avrei perso.

Se invece vi mostro una donna taciturna, con i capelli sporchi, che si strafoga di dolciumi, lasciandovi giungere da soli alla conclusione che nella fase depressiva di un disturbo bipolare, allora ho vinto.
Se poi sono stato capace, anche soltanto per un attimo, di farvi vedere il mondo con i suoi occhi, di spingervi a capire la sua follia, l’avrò resa una figura con la quale simpatizzare e identificarsi. Come risultato, sarà ancora più terrorizzante, perché vicina alla realtà.

Ritengo sia lecito chiedere se Paul Sheldon sono io. In parte sì… ma se continuerete a scrivere narrativa, scoprirete che in tutte le vostre creature c’è un pezzettino di voi. Quando vi domandate come si comporterebbe un certo personaggio in una determinata circostanza, prendete una decisione basandovi su ciò che fareste voi… o non fareste, se si tratta del cattivo della situazione. A queste trasposizioni di voi stessi si aggiungono le abitudini del prossimo, gradevoli o meno.

(Stephen King, On Writing)