“Cenerentola 2.0” di Daniele Trevisan

1342448879-1justin_rowe_3dsculpturebook

Parole sotto i riflettori

Per la rubrica Parole sotto i riflettori, Daniele Trevisan, socio Fantalica che frequenta il laboratorio permanente di scrittura Lettera 22, ci propone:

Cenerentola 2.0

Anna staccò per un attimo gli occhi dal foglio Excel che stava compilando, prese la barretta dietetica dal bancone, la scartò e le diede un morso poco convinto.
Socchiuse per un attimo gli occhi immaginandosi a gustare una di quelle brioche ripiene di crema che aveva adocchiato al bar del monoblocco. Era stanca, le palpebre le pesavano e sotto le palpebre avvertiva qualcosa di simile a granelli di sabbia che le grattavano gli occhi.
Cinque minuti, si concesse, cinque minuti e torno al lavoro.
«Dottoressa?»
Anna si riscosse, si voltò verso la porta e vide Onofrio, l’infermiere del Day hospital, che cercava timidamente di attirare la sua attenzione.
«Dottoressa, il Capo la cerca, chiede se può andare immediatamente nel suo studio.»
«Grazie Onofrio, vado subito.»
Appoggiò il resto della barretta sopra una pila di fogli, si alzò, cercò di aggiustarsi alla meglio il camice e uscì.

Essere chiamati con urgenza dal primario poteva significare solo qualcosa di negativo. Anna passò in rassegna le attività degli ultimi giorni ma, a parte compilare il database per il lavoro sui ceppi di Escherichia coli multiresistenti, non aveva fatto nulla.
Bussò alla porta con una vaga sensazione d’ansia, quindi respirò profondamente.
«Avanti» disse la voce roca del primario.
«Buongiorno professore, mi ha fatta chiamare?»
Al cospetto del Capo, Anna si sentiva ancora più goffa, ancora più inadeguata, non professionalmente (anche se c’erano stati momenti in cui era accaduto) ma dal punto di vista dell’esistenza stessa.
Il prof. Costa era seduto dietro la sua scrivania e stava armeggiando col mouse ultra-sottile del nuovo iMac.
«Prego dottoressa, si accomodi» disse indicando con un cenno della testa la poltroncina verde ingombra di fogli, «sposti pure quelle copie sul ripiano, arrivo subito, sto solo tentando di orientarmi col nuovo sistema operativo.»
Anna spostò le pubblicazioni in silenzio e si sedette con le mani sudate incrociate a tormentarsi le dita.
«Eccoci.» Il professore aveva finalmente staccato gli occhi dal monitor e la guardò con un sorriso che ad Anna sembrò di buon auspicio.
«Scusi se l’ho fatta chiamare, ma mi premeva sapere a che punto siamo con la compilazione del database.»
«Quasi fatto, professore, mi mancano ancora i dati che ci hanno inviato la scorsa settimana da Brescia e Milano, ma per lunedì credo di poterglielo consegnare.»
«Ottimo, perché sa, è appena arrivato l’invito per il prossimo Congresso Europeo di Microbiologia Clinica e Malattie Infettive di Berlino. Pensavo che il nostro dipartimento poteva presentare il lavoro sulle ESBL nelle strutture di lungodegenza.»
A quelle parole Anna sentì il cuore accelerare, le mani farsi ancora più sudate e dovette fare appello alla sua forza di volontà per non irrompere in un grido di gioia. Berlino, una città che non aveva mai visto e di cui tutti le avevano parlato bene e lei correlatrice in uno dei più importanti appuntamenti mondiali della microbiologia, era troppo bello per essere vero.
«Vede dottoressa, io l’ho fatta chiamare perché al termine della ricerca vorrei che mi aiutasse a compilare la presentazione grafica, insomma, vorrei che fosse lei a preparare le slide da proiettare al congresso. Ovviamente farò in modo che nei nominativi officiali del gruppo di ricerca compaia anche il suo.»
A quel punto Anna, che già stava volando con la fantasia verso la capitale tedesca, si schiantò bruscamente contro la realtà e il botto per poco non la fece scoppiare a piangere. Cercò di modulare la voce nascondendo la delusione:
«Quindi io mi dovrei occupare solamente delle slide?» chiese, sperando di non aver compreso bene.
«Sì, pensavo di affidare la presentazione alla dottoressa Keller che, oltre a essere una nostra specializzanda, è anche madrelingua tedesca, questo ci garantirà ulteriore prestigio nei confronti dei colleghi organizzatori.»
«Va bene» disse Anna ingoiando un sasso, «io intanto torno di sopra».

Alyssa Keller aveva deciso di perturbare la vita di Anna circa due anni e mezzo prima. Al tempo, Anna aveva chiesto di poter preparare la tesi di laurea presso il dipartimento di Malattie Infettive, dove sapeva era in corso il protocollo per la sperimentazione dei nuovi antivirali per la cura dell’epatite da virus C che dovevano andare a sostituire l’interferone. Il prof. Costa l’aveva assegnata al dr. Carlotti, responsabile del protocollo di ricerca e Anna si era ricavata il proprio spazio nell’equipe dimostrando tutta la sua buona volontà.
I primi tempi era stata guardata con sospetto, come una specie aliena che tenti goffamente di integrarsi con gli autoctoni, poi era riuscita, con i suoi modi pacati e umili a farsi benvolere da tutti, compreso (così almeno sperava) il prof. Costa.
Lo status quo era durato fino a un giorno di fine gennaio, quando, entrando in reparto, aveva visto,in piedi davanti allo studio del primario, una ragazza bionda alta il doppio di lei e con un viso così delicato che, se non avesse avuto il camice, avrebbe potuto essere scambiata per una modella della pubblicità.
Le era scattato subito l’istinto di conservazione e aveva chiesto a Onofrio chi fosse quella dea apparsa di punto in bianco in reparto.
Onofrio, con il suo accento morbido del sud, le aveva spiegato che lui non la conosceva ma che aveva sentito dalle colleghe che doveva arrivare una studentessa che aveva chiesto il trasferimento da Zurigo per preparare la tesi di laurea sul protocollo sperimentale e che, probabilmente, si trattava proprio di lei.

Anna aveva quindi raggiunto il dr. Carlotti con una sgradevole inquietudine; il medico e i tecnici dell’equipe l’avevano accolta con la solita giovialità; solo poco più tardi, davanti ai distributori automatici di caffè, vedendola pensierosa, le avevano chiesto cosa la turbasse tanto. Lei si era aggiustata nervosamente i grossi occhiali sul naso e aveva risposto che non era niente, appena prima che il prof. Costa accompagnasse la nuova silfide per presentarla ufficialmente all’equipe sotto gli occhi famelici della componente maschile.
«Signori», aveva detto con un sorriso vagamente ebete, «vi presento la futura dottoressa Keller che ha deciso di completare il suo corso di studi in Italia, con una tesi sperimentale sul protocollo in corso. Dr. Carlotti la affido a lei.»
Fu così che Anna dovette dividere il suo piccolo mondo dorato con la nuova arrivata. Di punto in bianco le attenzioni furono dirottate quasi esclusivamente su Alyssa con la scusa che tanto Anna ormai era completamente indipendente e poteva fare da sola, mentre la povera futura dottoressa Keller doveva ancora ambientarsi e aveva bisogno di una supervisione costante.
Alla fine, la parte del protocollo che venne convertita in tesi sperimentale fu presentata da entrambe le laureande su aspetti diversi ma complementari.
Il peggio doveva ancora arrivare.
Dopo essersi presa una settimana sabbatica, Anna tornò al dipartimento per raccogliere gli onori della laurea ma il clima che trovò non era quello che si aspettava. Carlotti, quando la vide, le fece le congratulazioni di circostanza ma si limitò solo a quelle, dopodiché le chiese di seguirla nel suo studio.
«Siediti, Anna» le disse, «ti trovi bene qui?»
«Sì, certo» rispose lei con convinzione, continuando a tormentarsi una ciocca di capelli crespi che le ricadeva sul viso.
«Scusa se sono diretto ma ho bisogno di capire una cosa. Hai intenzione di proseguire su questa strada? Voglio dire, pensi di chiedere la specialità in malattie infettive?»
«Io… pensavo di sì» balbettò Anna.
«Perché, vedi» continuò Carlotti come se si trattasse di un’osservazione retorica «come sai c’è un solo posto disponibile quest’anno e, come posso dire, sai che il prof. Costa ci chiede le nostre opinioni in merito agli allievi interni.»
«Sì» disse Anna con la voce che si stava incrinando.
«Ecco, tu lavori con noi da diverso tempo e io gli ho parlato molto bene di te, però… Alyssa ha un punteggio più alto.»
La Keller si era laureata con 109, Anna con 108, la Keller aveva un fisico da top model, Anna da controfagotto. A cosa si riferiva il punteggio più alto? Solo al voto di laurea?
«Se vuoi un consiglio, Anna, ti conviene provare in un’altra università a meno che…»
«Cosa?» chiese Anna cercando di non gridare.
«Beh, anche se non dovessi entrare quest’anno in specialità, c’è un posto per un dottorato di ricerca, per il gruppo del dr. Sartori, io potrei mettere una buona parola su di te. Il dottorato dura tre anni, l’unica condizione è che, se hai un contratto di questo tipo, non puoi tentare la specialità.»

E così, mentre la dr.ssa Keller venuta da Zurigo era entrata in specialità, Anna era riuscita a ottenere il dottorato di ricerca e, in quel periodo, lavorava compilando noiose base dati sui ceppi di Escherichia coli produttori di beta-lattamasi a spettro esteso, isolati dalle strutture di lungodegenza sparse in tutto il Paese, mentre Alyssa, dopo essere tornata da sei mesi di esterno in Tanzania, ora lavorava a pieno titolo con Carlotti e si sarebbe pure presa il merito della presentazione del lavoro su cui Anna aveva perso le ultime diottrie che le erano rimaste.

 Quando Anna rientrò nel suo studio, dopo il colloquio col primario, le venne voglia di spaccare il pc e rovesciare tutti i fogli a terra. Prese con disgusto il rimasuglio della barretta dietetica e lo buttò nel cestino quindi, a denti stretti, immaginò di lasciarsi andare a un urlo liberatorio.
«Dottoressa?» le chiese la voce gentile di Onofrio alle sue spalle, «vuole un caffè?».
Anna guardò quell’ometto dai gesti effeminati e dal carattere serafico.
«Ok» gli disse.
Camminarono in silenzio fino ai distributori ma Onofrio li sorpassò senza guardarli, ricambiò lo sguardo perplesso di Anna dicendo:
«Non qui, dottoressa, le ho chiesto se voleva un caffè, non questa schifezza.»
Una volta appoggiati al tavolino del bar Onofrio le chiese:
«è arrabbiata per la presentazione di Berlino vero?»
«E tu come fai a saperlo?»
«Non ci vuole molto a capirlo, tutti sanno che è arrivato l’invito al congresso e che sarà la Keller a presentarlo.»
«Io non ho mai parlato male di lei prima d’ora, ma oramai non so quanto riuscirò a sopportarla.»
«Non è l’unica, dottoressa. La Keller guarda tutti dal suo piedistallo: è scontrosa e arrogante e soprattutto ha un difetto che prima o poi la farà cadere.»
«E quale sarebbe?» chiese Anna più per fare conversazione che per vera curiosità.
«L’ipocrisia. È una che fa tanto la gattamorta con chi conta e poi ne parla male alle spalle.Questa è la sua più grande debolezza.»
Anna dovette riconoscere che era vero, più di una volta l’aveva sentita lamentarsi di tutto e di tutti, compreso il dr. Carlotti che invece la portava in palmo di mano.
«Prima o poi questa cosa la farà cadere, certo, ma intanto lei andrà a Berlino e io rimarrò incollata a un foglio excel a inserire cifre.»
«Non è detto» disse Onofrio strizzandole l’occhio, «una delle strategie vincenti in molte discipline è proprio quella di sfruttare la debolezza dell’avversario per arrivare alla vittoria. Se ci riuscirà, sarà lei a presentare la ricerca a Berlino e non la Keller» e di nuovo le strizzò l’occhio con un gran sorriso.

Anna chiuse la chiamata. Suo cugino aveva colto al volo lo scopo del suo piano e le aveva offerto la soluzione ideale.
Invitare Alyssa in mensa non le era costato poi tanto, sapeva che la crucca non avrebbe perso l’occasione per catalizzare tutti i discorsi su di lei e sul suo lavoro, Anna doveva solo indirizzare bene la conversazione e l’altra avrebbe fatto autogol.
All’inizio, in effetti, aveva cominciato a parlare di quanto l’ammirassero in reparto, di quanto le infermiere pendessero dalle sue labbra e i pazienti la osannassero, quindi aveva cominciato a denigrare Carlotti, definendolo un incompetente, un analfabeta, uno che ha preso la laurea solo perché è ammanicato e pure bene. Ad Anna tanto bastava. Spense, senza farsi notare, il dittafono nascosto nella borsa e, dicendole che doveva completare un lavoro, la lasciò alle sue riflessioni sulla propria grandezza.

«Alyssa, permetti un minuto?» le chiese mentre l’altra con la testa leggermente reclinata ascoltava le inutili chiacchiere compiacenti di un tecnico di laboratorio.
«Vengo subito» rispose.
Quando furono nello studio di Anna, questa chiuse la porta.
«Ci tieni davvero ad andare a Berlino?» chiese alla sua bionda rivale.
«Costa ha deciso che sarò io a presentare la relazione, non puoi capire, una tale seccatura!»
«Beh, se proprio non ti va potrei andarci al posto tuo» provò a proporre.
«Tu? Ma se non sei nemmeno una specializzanda, figurati, e poi Carlotti ha piena fiducia in me!»
«Pensi che ce l’avrà anche dopo aver sentito che è solo un incompetente ammanicato?»
Il sorriso sprezzante di Alyssa si spense all’istante, la voce si fece tremula.
«Quelle sono cose che si dicono e poi in mensa nessuno mi stava ascoltando, vorresti andare di là e fare la spia?»
«Sì, ma solo dopo avergli spedito questo file via mail» e fece partire la registrazione di poche ore prima, con la dottoressa Keller che con accento teutonico sminuiva il collega più anziano.
«Cancella subito quel file» sibilò Alyssa.
«Vorrei tanto» disse Anna con tono fintamente dispiaciuto «ma vedi, per sbaglio ora quel file si trova in un cloud protetto che nemmeno io posso gestire, ma basta una mia chiamata e l’intero dipartimento conoscerà quello che pensi dei tuoi colleghi.»

Anna aveva preparato tutto con grande cura, non solo le slide, non solo il discorso, ma pure se stessa e il suo aspetto. Aveva perso una decina di chili, una settimana prima si era fatta stirare i capelli, li aveva schiariti di un paio di toni, aveva sfoltito e ridisegnato le sopracciglia e, soprattutto, si era finalmente decisa a provare le lenti a contatto.
Onofrio l’aveva seguita come un life-coach, l’aveva consigliata, spronata e infine le aveva dato la sicurezza in se stessa che le era sempre mancata.
Quando i congressisti del Kalkscheune l’avevano applaudita, lei era arrossita un po’ ma la voce le era uscita sicura quando aveva risposto alle domande che le avevano posto.
Al coffee-break, il professor Costa le si era avvicinato mentre lei tentava di bere quel brodo scuro che i tedeschi si ostinavano a chiamare caffè, l’aveva presa sottobraccio e tirata in disparte.
«Dottoressa, a settembre scade il suo dottorato, spero voglia prendere in seria considerazione la possibilità di specializzarsi da noi» le aveva detto con il solito sorriso ebete.
Anna non aveva risposto e, contraccambiando il sorriso, si era goduta appieno il momento.