“UN LEGAME SPEZZATO” di Francesca Magoga

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Parole sotto i riflettori

Per la rubrica Parole sotto i riflettori, Francesca Magoga, socia Fantalica che frequenta il laboratorio permanente di scrittura Lettera 22, ci propone:

Un legame spezzato

Erano ormai quattro notti che non dormiva. Ed era sfinita. Perfino respirare era diventato difficile ed ogni movimento, anche il più piccolo, una fatica insopportabile.

Giaceva stesa a letto, in una stanza piccola e appena illuminata dall’alba, arredata in modo semplice ed essenziale. Dopo il lungo viaggio verso la sua nuova casa, si era chiusa in quella stanza e si era buttata sfinita sul letto. Aveva dormito solo per brevi momenti, cadendo in un sonno superficiale seguito da frequenti risvegli in cui si accorgeva di avere il viso bagnato di lacrime.

Lì distesa si rese conto che la notte era il momento peggiore: almeno di giorno era costretta a camminare, a parlare, a guardare le cose che le stavano intorno, ma di notte, quando, con gli occhi chiusi, il mondo rimaneva fuori e si ritrovava sola, senza cose reali a cui aggrapparsi, la tempesta che aveva dentro cresceva e si rafforzava.

In quell’aurora grigia poteva già intravvedere un altro giorno simile ai precedenti in cui l’intero suo essere sarebbe stato immerso in una specie di mondo parallelo dove tutto era lontano e insignificante. Le strade, le case, le persone sulle quali si posava il suo sguardo parevano avere contorni indefiniti che sbiadivano in una luce bianca e spenta in cui non si distinguevano più i colori.

Ora che era di nuovo sotto un tetto, al caldo, non più costretta ai continui spostamenti del viaggio, poteva finalmente lasciarsi andare. Percepiva solo vuoto intorno a lei e dentro il suo cuore. Ciò che si era dovuta lasciare alle spalle aveva creato un’enorme voragine e sapeva che niente e nessuno avrebbe mai potuto colmarla…perché non si può sostituire una vita con un’altra vita. Era questo che le era stato strappato via, la sua stessa vita e quella della creatura che era stata costretta ad abbandonare.

L’ultimo ricordo nitido che conservava era quello di un piccolo e delicato fagottino adagiato in una calda culla di legno intagliato… Tutte le immagini che erano venute dopo erano offuscate dalle lacrime.

Il figlio che era cresciuto dentro di lei, che era venuto al mondo dalla sua carne, le era stato portato via in modo crudele e ingiusto. Ma così voleva la legge: il figlio di un re apparteneva a lui soltanto, non importava chi fosse la madre che lo aveva dato alla luce. Se solo lo avesse saputo prima…

Si sentiva soffocare, l’aria che respirava non riusciva a raggiungere i polmoni, le si fermava in gola tra i singhiozzi.

Aveva amato con tutta se stessa quella creatura ancora prima che nascesse, ancora prima di sapere chi fosse. Ed ora che non c’era più, tutto era buio.

Come continuare a vivere? Dove avrebbe trovato la forza?

Sentiva il cuore esplodere in mille pezzi, strappato e calpestato nel suo diritto di madre.

Niente l’avrebbe mai consolata, non voleva neanche che qualcuno provasse a farlo. Voleva stare sola e scomparire, smettere di esistere, smettere di sentire.

Se solo avesse saputo la verità, si sarebbe subito allontanata dal castello che l’aveva tenuta nascosta per tutto il tempo dell’attesa. Appena comunicata al re la notizia che aspettava un figlio da lui, un segreto meccanismo si era messo in moto e l’aveva piano piano intrappolata senza vie d’uscita. L’avevano sistemata in una bella e confortevole stanza da cui le avevano imposto di non uscire mai se non alla prime luci dell’alba, quando tutti ancora dormivano. Nessuno doveva vederla, nessuno doveva sapere che era là. Neanche il padre della sua creatura, una volta appresa la notizia, era mai venuto a farle visita. Non si aspettava certo di essere messa al centro dell’attenzione, non era il frutto di un grande amore quel figlio! Ma addirittura essere allontanata dalla vista della corte…era un fatto che le era sembrato strano.

Sapeva che il re non poteva avere eredi dalla sua regina e, quando le comunicarono che il bambino o la bambina sarebbe cresciuto a corte, ne fu molto felice. Il re sembrava voler riconoscere in qualche modo quel loro figlio…

Ma tre giorni dopo il parto, quando iniziava a ristabilirsi dalla fatica di averlo dato alla luce, il bimbo le era stato portato via. La regina in persona era entrata nella sua stanza con due uomini in armi. Senza dirle una sola parola, senza neppure guardarla negli occhi, aveva preso il fagottino dalla culla, lo aveva stretto a sé ed era uscita.

Aveva provato a fermarla in tutti i modi, gridando, chiedendo aiuto e pietà; aveva tentato di seguire la regina ma era stata fermata della guardie che l’avevano gettata a terra senza tanti riguardi. L’avevano poi costretta a raccogliere le sue poche cose e l’avevano trascinata fuori, indifferenti alle sue lacrime e alla sue suppliche. L’avevano fatta salire su una carrozza mettendole in mano dei documenti e, senza dirle dove era diretta, avevano dato al corriere il segnale della partenza.

Tutto era successo in pochi istanti, senza che lei avesse il tempo di capire.

Appena chiudeva gli occhi, le appariva l’immagine della regina, con in braccio il suo piccolo che, ignorandola completamente, se lo portava via.

Non riusciva a pensare ad altro, le mancava il respiro, tutto intorno a lei era sfocato. Di colpo si alzò dal letto come per convincersi che era solo un sogno, un orribile incubo. Ma una volta in piedi si accorse che accanto a lei non c’era nessuna culla, nessun bambino… Si sentì mancare e si portò le mani alla gola e al petto come per assicurarsi che il cuore battesse ancora…ma non percepì niente, per un lungo, interminabile attimo non lo sentì battere. Tutta la stanza ballò intorno a lei e all’improvviso si sentì sprofondare nel vuoto, qualcosa di duro e freddo le andò incontro e le si chiusero gli occhi.