“Senza Titolo” di Virginia De Biasio

 

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Parole sotto i riflettori

Per la rubrica Parole sotto i riflettori, Virginia De Biasio, socia Fantalica che frequenta il laboratorio permanente di scrittura Lettera 22, ci propone:

Senza Titolo

           Un raggio di sole filtra tra le foglie degli alberi che mi circondano; non arriva a toccarmi, ma lo vedo passare luminoso sopra di me, ne sento il tepore e distinguo il pulviscolo, che si muove in maniera caotica nella luce. È l’inizio di una nuova giornata. Tra poco inizieranno ad arrivare, prima uno o due, i soli temerari che escono a quest’ora del giorno, poi altri ancora, sempre di più, fino a quando il sole non tramonterà di nuovo e allora tutti se ne andranno, come la marea che lentamente ma inesorabilmente si ritira.
In questa zona del parco ci sono solo io, forse perché mi trovo in un punto più nascosto degli altri, in mezzo a fitti alberi da cui non trapela spesso il sole, e le persone preferiscono sedersi in mezzo alla luce e al calore. Quando ci hanno collocate nella nostra postazione, speravo che sarei stata in compagnia, in un luogo aperto e idilliaco del parco. Invece mi hanno messa nella penombra, lontana da tutte le altre. Ma alla fine è stato meglio così: la compagnia degli uomini si è rivelata molto più interessante e istruttiva.
Sento un rumore di foglie calpestate e all’improvviso vi è qualcuno seduto sopra di me. Non pesa in maniera eccessiva o insostenibile, anzi è piacevole sentire il calore che passa da lui a me. È il solito vecchietto che viene qua tutte le mattine a leggere il giornale. A volte lo legge ad alta voce, cercando in questo modo di dare un senso alle parole scritte, che non distingue più bene; a volte biascica parole incomprensibili; a volte c’è di nuovo il silenzio, perché si è addormentato a testa china tra le pagine. Non sospetta affatto che le sue parole dette al vento siano in realtà captate da qualcuno, e meno che mai sospetta che questo qualcuno sia proprio io.
È simpatico questo signore, perché è leggero e perché mi ricorda me stessa. Sono qui da tanto tempo ormai e avverto sempre di più il peso di chi si siede e il sinistro scricchiolare del legno e delle giunture, che lo accompagna. Tra poco tempo mi sostituiranno, perché il legno, di cui sono fatta è corroso da anni passati fuori in mezzo alla pioggia e all’umidità della notte. Questo pensiero mi rattrista, ma so che è inevitabile. Presto io e il vecchio signore, che viene tutti i giorni a sedersi qua, dovremo entrambi andarcene e lasciare il nostro posto nel mondo a qualcun altro.
Il raggio di sole, che prima passava tra le foglie, non arriva più. Il sole è abbastanza alto nel cielo e viene totalmente oscurato dagli alberi, e i bordi delle foglie, che imprigionano la luce, da quaggiù sembrano d’oro. Il vecchietto piega il suo giornale, con fatica si solleva e, a passi lenti e stanchi, se ne va.
Ci sono tante persone adesso nel parco, camminano davanti a me e mi superano, da sole, a gruppi, parlando o in silenzio, di fretta. L’atteggiamento generale non è di allegria o spensieratezza. È l’ora in cui la gente va a lavorare, con sguardi stanchi, assonnati e depressi; pare che nessuno abbia voglia di iniziare una nuova giornata. Mi ricordo di un tale che era venuto qua a leggere un libro, e nel libro a un certo punto si parlava di persone, di tante persone, che si trascinavano quasi come fantasmi sul ponte di Londra – che credo si trovi a pochi passi da qua, per quanto sono riuscita a intuire dai discorsi dei passanti -, anime irrequiete e spente, che camminavano con gli occhi fissi a terra, sospirando. Sembra di rivedere quella scena, in un surreale contrasto con il sole che splende nel parco e la bellezza del verde del prato e degli alberi.
È passata questa fiumana di persone, e il parco ritorna tranquillo e sereno. Tra poco dovrebbero arrivare mamme che portano a giocare i bambini, vecchie signore che passeggiano, ragazzi che non hanno niente da fare, se non sedersi a leggere, a pensare o a parlare.
Come previsto, arrivano. Ma oggi non si siede nessuno su di me; bambini corrono e mi saltellano intorno, mentre le madri li inseguono urlando di stare attenti; vecchie signore a braccetto contemplano gli alberi dietro di me per una frazione di secondo, per tornare subito a perdersi nei loro discorsi, che non riesco a sentire. Il sole intanto continua la sua circonferenza nel cielo, supera lo zenit e di nuovo un raggio riesce a insinuarsi tra uno spazio aperto nel fogliame, fino a raggiungere terra.
Due ragazzi si siedono su di me, una femmina e un maschio, ridono, scherzano, si tengono per mano. Ho sempre visto tante persone tenersi per mano e abbracciarsi, ma non riesco a dare un senso a questa cosa. L’unico contatto che ho è il corpo delle persone che si siedono e non si curano di come lo fanno, se mi pesano o se mi sporcano quando mettono le scarpe su di me. Parlano d’“amore”, ma io non so cosa sia. Lo conosco solo grazie ai libri che legge la gente ad alta voce; lo conosco, ma non capisco. Eppure ne parlano come di una parte fondamentale della vita umana. Ma io dopo tutto cosa dovrei sperare? Sono solo una povera e vecchia panchina in mezzo a un parco, un punto momentaneo di riposo per le persone, che ripartono subito, mentre io resto sempre ancorata qua. In tutto questo tempo ho visto che ciò che è fuori da me è dinamico, si muove o cambia, si modifica nel tempo; io non cambio invece, se non per logorarmi, sono ferma al centro di qualcosa che si muove, vedo le cose passare, ma non ho nessuna parte in questo gioco.
I ragazzi continuano a parlare. Non mi sembrano molto grandi, ma non sono capace di contare il tempo che passa. Poi prendono dei libri, libri più spessi del solito, con tante immagini, e si mettono a tracciare linee colorate con delle matite sotto le righe di parole, e la pagina, che prima era bianca, diventa tutta colorata. Sarà un nuovo modo di leggere.
La luce si sta facendo più fioca e tremula; i raggi non sono più caldi e distinti, ma ondeggiano, mentre avanzano le tenebre. È un disperato tentativo di resistere alla notte con una flebile presenza, che però presto dovrà ritirarsi. I ragazzi si alzano, raccolgono i libri e le borse e se ne vanno tenendosi per mano. Hanno dimenticato una matita sopra di me, ne avverto ancora il leggerissimo, quasi impercettibile peso, ma non posso raggiungerli per ridargliela e nemmeno prenderla per tenerla. Rimarrà qua, abbandonata fino a quando qualcuno la troverà e la butterà per terra o la farà cadere, senza nemmeno accorgersene.
Tra poco rimarrò anche io qui tutta sola, come la matita abbandonata, nel buio. Solo gli ultimi ritardatari si affrettano nel parco, corrono quasi. Mi passa davanti un uomo, che va veloce e chiama qualcuno, che però non vedo. Ha un’espressione triste e stanca. Si ferma a scrutarsi intorno, ma non trova chi cerca. Continua a chiamare, senza successo, e allora decide di sedersi su di me e di aspettare. Mentre si sta alzando per andarsene, sconsolato, sento un ansimare e vedo una forma bassa, che non riesco a distinguere dalla mia altezza. L’uomo prende la cosa in braccio e vedo un cucciolo di cane, che lecca tutta la faccia del suo padrone, il quale finalmente distende il viso e sorride. E se ne vanno tutti e due, il cane in braccio al suo padrone, lasciando dietro di loro, felici e appagati, una povera panchina sola, che per loro altro non è che un misero pezzo di legno.
Non riesco più a distinguere gli alberi né la strada davanti a me e non vedo brillare la luna, in quanto coperta dai rami. C’è solo un fitto e penetrante buio, uno spesso manto scuro che avvolge ogni cosa. E così finisce anche per me questa giornata. Il circolo si è chiuso, la situazione iniziale si ripete: una vecchia panchina logora, isolata in mezzo al parco. Forse domani mi toglieranno e butteranno, forse dopodomani, e qua non metteranno più nessun’altra panchina e troveranno un posto migliore, dove le persone hanno più voglia di sedersi. E io non guarderò più la gente che passa, ma tornerò a essere ciò che ero, un insieme di pezzi di legno, senza identità e senza coscienza. E nessuno mai si accorgerà che una volta in questo punto c’era una panchina, a parte il vecchio signore che veniva sempre e, quando se ne sarà andato anche lui, rimarrà solo uno spiazzo nella penombra, dimenticato da tutti, e, se qualcuno dovesse guardare per terra con più attenzione, forse troverà ancora quella matita, che io non ho mai potuto raccogliere.