“Bubba” di Martino Garonzi

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Parole sotto i riflettori

Per la rubrica Parole sotto i riflettori, Martino Garonzi, socio Fantalica che frequenta il laboratorio permanente di scrittura Lettera 22, ci propone:

Bubba

Mi chiamo Bubba, è il nome che mi ha dato Ruggero, il ragazzino che mi ha accolto in casa sua. Che dire di me? Mi piace mangiare, bere e dormire. Ne capisco bene l’importanza perché vengo dalla strada. Avevamo una banda, la banda dei gatti pelosi, si andava in giro ogni giovedì in cerca di topi abbastanza lenti. Ho sempre sognato che i topi si comportassero come le mosche. Le mosche sono stupide: una volta abituatesi a uno schema di volo lo seguono in modo regolare: basta aspettare in un punto in cui sono già passate e prima o poi ci ritornano. Gli umani si impressionano della nostra capacità di acchiapparle, ma la verità è che non sono nulla in confronto ai topi. I topi sono, se mi permettete il gioco di parole, una bella gatta da pelare. Si adattano a situazioni nuove in fretta almeno quanto noi. La banda dei gatti pelosi aveva il piano del giovedì: di notte, ci dislocavamo in sette punti chiave, frutto di un lungo studio, nei dintorni della stazione di Padova e se c’era un topo uno di noi lo vedeva. Eravamo diventati davvero bravi dopo qualche mese; alla fine di una sessione avevamo recuperato almeno un topo a testa, che poi andavano assegnati ai membri della banda dal più grasso al più magro, in base all’anzianità. Il segreto era non pensare mai a se stessi ma giocare di squadra: cosa che personalmente ho fatto fatica a imparare, perché prima di entrare nella banda pensavo soprattutto a me stesso.

Mangiare, bere e dormire: non ho mai chiesto più di questo, e credo che anche in futuro non vorrò di più. Vivendo in città non c’era nemmeno bisogno di scappare dai predatori, tanto più che gli esseri umani, unici eventuali fonti di problemi, non mi davano particolarmente fastidio. Finché un giorno non mi sono piantato a guardare gli uccelli. Suscitavano in me un’emozione mai provata prima: questo loro librarsi in cielo mi trasmetteva un senso di pace, e ho cominciato a desiderare di saper volare. Dovevano essere delle creature magnifiche, così leggere e potenti al tempo stesso. Mi trovavo al parco Iris. A un tratto ho notato un passero nero con macchie bianche che volava attorno a un acero. La mia totale ammirazione per la sua leggiadria ha fatto posto al mio istinto analitico: come le mosche, anche lui sembrava seguire uno schema. Volendo avvicinare quel magnifico essere mi sono arrampicato sull’acero fino a un ramo da cui lo potevo vedere da vicino. Com’era bello. Non avevo mai desiderato tanto interagire con un essere così diverso da me, il cui verso emetteva suoni poetici che si discostavano dalla mia triste voce cantilenante. Chissà, forse se fossi riuscito a fare amicizia con quel passero avremmo potuto cacciare topi assieme e diventare una banda di attacco via terra e via aria: saremmo diventati potentissimi. E forse in qualche modo era possibile che lui mi insegnasse a volare. Ho sempre desiderato volare. Stavo appollaiato su quel ramo e lo guardavo passare a intervalli regolari, ogni volta nello stesso stile: giù a picco, con l’ala destra un po’ tirata in su. Devo essermi perso profondamente in quell’ammirazione incondizionata, perché non mi sono accorto che il ramo su cui stavo era debole. L’ultima cosa che mi ricordo di quel giorno è il ramo che si spezzava. Dopo quello che mi è parso un momento aprivo gli occhi, in un luogo chiuso con pareti bianche e una finestra, con una fascia bianca sulla mia zampa posteriore destra e un ragazzino che mi guardava trasognato. “Si è svegliato!” ha urlato a una donna alta coi capelli neri, probabilmente sua madre, e piangendo di felicità ha cominciato a saltellare tutt’intorno alla stanza.

È così che sono diventato un gatto domestico. All’inizio l’idea mi faceva ribrezzo, ma dopo tre mesi di cattività mi sono cominciato ad abituare a quella nuova vita sedentaria e ho preso a ricordare con compassione i tempi in cui dovevamo organizzare uscite notturne di fatica per poi doverci mangiare magari un misero topo troppo magro. Vivendo in casa avevo cibo e acqua tutti i giorni, l’unica cosa che mi era richiesta era fingere un qualche interesse verso gli umani, bastava strusciarglisi addosso un paio di volte e già si scioglievano e mi davano tutto quel che volevo. Devo dire la verità, col tempo mi ci sono realmente affezionato un po’. Come dicevo, mi hanno chiamato Bubba, che è un nome che non mi dispiace. Mi hanno accolto a marzo, e a giugno Ruggero, il ragazzino, ha finito la scuola e ha cominciato a portarmi in giardino. Era un giardino bello, pulito, diverso da quelli che avevo bazzicato prima. Un sacco di uccelli e niente topi, il che cascava a fagiolo dato che problemi di fame non ne avevo più e potevo dedicarmi alla misteriosa arte della bellezza. Al tempo in cui Ruggero ha ricominciato la scuola mi è stato concesso di uscire liberamente, contando sulla mia ormai consolidata relazione di dipendenza verso di loro. In effetti, non mi sarebbe mai venuto in mente di stare fuori rischiando di tornare alla vecchia vita faticosa in cui i morsi della fame non mi facevano dormire bene.

Il primo giorno di uscita libera è stato rivelatore. Mi sembrava quasi incredibile non avere una guardia del corpo a seguirmi dovunque andassi e potevo ridedicarmi liberamente alla mia attività preferita: fare amicizia con gli uccelli. Mi sono diretto verso quell’acero da cui ero caduto sei mesi prima e vi ho trovato un passero completamente bianco che ci volava intorno. Non era lo stesso della volta prima; questo seguiva un altro schema di volo al quale però mi sono abituato abbastanza in fretta. Mi sono rapidamente arrampicato e, trovato un ramo robusto, mi ci sono seduto sopra. Stavolta potevo vedere il mio nuovo amico volare per più tempo, e il fatto di poter dedicare un lungo momento a me stesso mi permetteva di godermi appieno la grazia con cui si muoveva. A un certo punto, con gesto delizioso, mi si è posato davanti e mi ha guardato. Era la cosa più bella che avessi mai visto. Volevo urlargli quanto gli volevo bene, diventare suo amico, dedicargli un quadro. Dev’essere stato con questo istinto che mi sono avvinghiato a lui per abbracciarlo. Ma esattamente come sei mesi prima nell’arco di un niente mi svegliavo da un lungo sonno, qui, nell’arco di un niente, me lo sono ritrovato tra i denti, morto. È stato il momento più scioccante della mia vita, dovermi abituare all’idea che il mio amore per lui non si esauriva nel vederlo vivo, ed è stato particolarmente sconcertante accorgermi che la mia capacità analitica verso il suo schema di volo e la mia totale ammirazione erano funzionali a soddisfare il mio istinto animale, indifferente alla garanzia che gli umani mi davano di acqua e cibo ogni giorno regolarmente. Quasi senza rendermene conto, rispondendo a meccanismi atavici, me lo sono ingoiato. Devo aver vagabondato per un giorno intero dopo questa esperienza, senza mangiare niente e senza fame né sete, riflettendo più che potevo sulle contraddizioni insite nella mia natura. Dovevo essere senza cuore, pensavo, a confondere istinti primordiali con sublimi sensazioni di completezza spirituale. Si faceva strada sempre più chiaramente l’idea che forse la spiritualità si nutriva di carne anch’essa, come fosse un organo. Mi piace pensare che l’atto di mangiarlo rappresenti una fusione con lui, con la sua bellezza, perché è l’unico modo in cui riesco ancora, ogni tanto, ad arrampicarmi sugli alberi per guardare gli uccelli volare, con l’accortezza di scegliere un ramo sì robusto ma abbastanza corto da non lasciare spazio a nessuno di loro per piazzarsi davanti a me.

 

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