“Lezione di tango in cucina” di Luca Ferretto

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Parole sotto i riflettori

Per la rubrica Parole sotto i riflettori, Luca Ferretto, socio Fantalica che frequenta il laboratorio permanente di scrittura Lettera 22, ci propone:

Lezione di tango in cucina

Ho cominciato a ballare il tango con una nuova insegnante. Federica. Facciamo un ballo di prova, poi mi chiede perché io abbia cominciato a ballare. Così le dico che ho cominciato come tutti cominciano, perché nella vita succede un fatto talmente irreparabile che decidiamo di fare una cosa difficile, molto difficile, forse troppo, che ci occupi per bene il cuore e la mente. Lei ride e, sulla musica di Vinicio Capossela, m’invita in un tango piuttosto lento, e mi sembra che, nel testo, si parli di qualcosa che sta come sospeso, come la mia vita adesso, come ogni tango.

Iniziamo.

Mentre ballo penso a quella zona sospesa in cui mi ha lasciato Manuela, e mi vengono in mente solo i ricordi di un altro inizio quando, tornando da Londra, in un freddo novembre di nove anni fa, lei mi accolse nella sua città, nel suo calore, nel suo sole, sebbene fuori facesse già un gran freddo.

Ero arrivato a Firenze con l’ultimo aereo della sera. Pensavo a come avrei potuto affrontare una città del nord già in pieno inverno, senza nemmeno un maglione, con il terrore che se mi si fossero rotte le scarpe non avrei nemmeno avuto i soldi per aggiustarle. Avevo fatto volantinaggio per un anno, cibandomi solo di latte e biscotti e adesso che ero appena atterrato nella solitudine di Peretola, Firenze mi sembrava una città del profondo Sud del mondo. Bellissima. A quanto pareva mi ero dimenticato di essere stato italiano anch’io, per trent’anni. A Londra, nonostante la miseria, ero stato bene. Avrei rimpianto i suoi parchi, e tutti quegli sguardi che la gente si manda quando si incrocia per strada. Ma avevo avuto paura ed ero tornato, lo ammetto, ma senza una casa, senza un lavoro, senza amore. Manuela era l’unico contatto che mi rimaneva in Italia, l’unica vera amica che avevo avuto. Sapevo che viveva con altre quattro ragazze e un cane, e fu lei ad invitarmi. Non avevo più rapporti con i miei, da anni. Ero veramente solo.

Mi ricordo di quella ragazza che si prendeva cura di se stessa in quel suo piccolo mondo cui teneva tantissimo.

La sua stanza rosa era piena di locandine del cinema, di gingilli, e di piccole terrecotte che aveva confezionato negli anni della scuola d’arte. E poi i suoi quadri, che esponeva qua e là, senza guadagnarci nulla, se non la soddisfazione di essere viva. Mi sembrava di essere stato catapultato in un mondo semplice di cui ignoravo l’esistenza, io che avevo saputo seguire esclusivamente i percorsi tortuosi della mia mente, alla ricerca di chi sa che. Fino in capo al mondo. Forse perché solo alla fine del mondo esistono le scopate perfette.

Arrivai nella notte. E dormii al suo fianco ascoltando quel respiro lento che, negli anni, avrei imparato diceva molto di più. Ero emozionatissimo. Per la prima volta nella mia vita, stavo passando una notte senza nessuna aspettativa per il giorno dopo. In una città che non era la mia. Vicino a una piccola donna con cui avevo fatto l’amore tre sole volte, pochi anni prima. E poi c’eravamo persi di vista. Poteva succedere qualunque cosa adesso. Anche con lei. Ma le mie aspettative, ormai, se ne erano andate con la giovinezza, che finisce sempre quando ti accorgi che sei come sei, che i tuoi sogni non si sono realizzati. Potevo anche morire a quel punto. Ma potevo anche iniziare da quello stesso punto una nuova vita. Non sapevo nulla. Non ero più padrone di niente. Dissi semplicemente a Manuela: non so cosa provo, voglio solo tornare indietro, in un luogo senza memoria, dove poter ricominciare.

E lei mi disse, vieni a Firenze. Puoi stare in camera mia.

Quando mi svegliai, al mattino, gli altri erano tutti a letto. Io avevo ancora il fuso di Londra. C’era un sole forte, intenso, che entrava con la stessa superbia e la stessa allegria con cui i fiorentini guardano il mondo. Contemplavo le mattonelline bianche tipiche delle case anni ‘50, il tavolo con i residui e le briciole di qualche festa, e ascoltavo il silenzio dentro di me, e quella pace strana, che si era posata su tutto.

Avevo perso sì. Ma finalmente ero libero. Pensavo a quella notte emozionante passata vicino a una donna serena di cui ammirai il coraggio. Pensavo a come, con poco, quell’essere umano semplice, aveva riempito il suo mondo di piccole cose di valore, e di quanto accogliente fosse stato il suo abbraccio. Anche se adesso direi il suo tango.

Avevo voglia che si svegliasse e che mi si sedesse accanto, in quella luce mattutina, in quel silenzio, ad ascoltare la mia storia.

Davanti a me c’era solo futuro; il Luca che ero, era rimasto per sempre in una tetra stanza londinese, con la moquette verde, e nient’altro. Se non le false speranze. Mi ricordo che a Londra ascoltavo una canzone di Guccini che diceva che in una certa domenica di settembre sarebbe stato il momento di chiedersi che cosa si fosse sbagliato in gioventù. Ma Guccini aveva cantato la rivolta degli anni ’70, e io no. Io avevo passato solamente parte dell’autunno a chiedermi cosa fare di me e avevo capito che quello che non volevo più era vivere una vita senza emozioni, senza persone autentiche accanto. Come Manuela, che avevo conosciuto per caso, dopo essere fuggito dalle pressioni dei miei perché diventassi una persona normale, quando partii per cercare quello zio Ivo che non avevo mai conosciuto, e che mi dissero viveva là in Toscana. Io poi, dopo quasi due anni, me andai a Londra e Manuela invece era ancora lì, in quella casa, dove l’avevo lasciata, lei che aveva respirato così lentamente che mi sarebbe venuta voglia di avvicinarmi e chiederle, mentre sognava, che cosa le permettesse di vivere senza nulla, orfana, con tutta la sua vita sulle spalle, ma con quelle piccole mani che sapevano fare cose meravigliose.

Entrò in cucina sorridendo in quella sua maniera irresistibile fatta di intelligenza e concretezza e mi si sedette accanto, e allora le raccontai delle serate londinesi passate a latte e biscotti, dei lunghi percorsi tra i quartieri a infilare volantini negli angoli più impensabili di una città che si nasconde sempre, e della mia voglia di parlare con qualcuno in una lingua comprensibile. Lei mi raccontò di come aveva vissuto in quella casa , delle sue amiche con cui condivideva la vita, di tutte le cose che amava fare nel suo tempo libero, e di quanto fosse stato strano non esserci più visti dopo quelle fugaci notti d’amore.

Avevamo pochissimo entrambi. Io non avevo proprio nulla.

Eravamo come Dea e Gwynplaine nei romanzi di Hugo: due rovine. Però si sa che dio, come per le rovine ha l’edera, per gli uomini ha l’amore.

Mi innamorai di lei. E mi innamorerei di nuovo anche ora se potessi. Mi verrebbe voglia di tornare in quella cucina e di fermare tutto. Di rimanere in pigiama in quella stanza illuminata dal sole, sospeso in un vuoto come in una canzone di Capossela. Vorrei tornare là, prenderla e dirle: non muoviamoci mai da qui. Fammi capire, come sai fare tu, che la vita è questa e che non è giusto desiderare di più. Ma non è possibile. E non perché non esistano le macchine del tempo, ma per un fatto molto più elementare, ma irreversibile: perché tu sei esistita davvero. Non sei stata un prodotto della mia fantasia. Sei stata reale.

Ballando, intanto Federica mi fa notare come io vada per conto mio. A un certo punto, su una camminata laterale mi dice: ecco adesso, come noti, stai andando tranquillo per i cavoli tuoi. È una cosa veramente difficile da capire per me, ma è una dinamica fondamentale. Non solo del ballo. Ci sono vari livelli di presenza, di cui noi conosciamo spesso solo il più superficiale. Io sono qui con Federica. Non mi sono certo scordato di lei. So che siamo in due in questa stanza. So che condividiamo lo stesso metro quadrato. Ma nonostante questo, il livello di percezione che lei ha di me è più profondo del mio. Lei conosce il livello di realtà in cui esistere, mentre io neanche mi accorgo della sua esistenza. E così non balliamo il tango. Siamo lì, ma su due piani diversi. Come me e Manuela, su quel letto, mentre lei respirava e io guardavo il suo mondo. Fatto di cose vere. Così diverso dal mio.

Nel tango ad ogni passo, durante la mia lezione, non posso, non devo dimenticare che Federica esiste. Quando mi dimentico che esiste, la vera lei, quella in carne e ossa, rimane sola: nella sola vera esistenza però. Ripenso a Manuela, e capisco cosa ho fatto. L’ho portata nella mia fantasia, obbligandola a vivere nel mio mondo immaginario per nove lunghi splendidi anni. L’ho amata in quel mondo magnifico fatto di tutte le mie promesse, senza mai percepire realmente che cosa lei desiderasse. Come Manuela in realtà fosse, a questo punto posso dirlo con certezza, non l’ho mai saputo: l’ho intravisto per un attimo in quella cucina, quella mattina, prima di impacchettarla per sempre dentro gli schemi, le abitudini, le fantasie. Così sono andato per conto mio, anche quella volta, trascinandomela dietro in tutti i miei viaggi, invece di aprirle quello spazio dove poterla osservare vivere, esistere. Senza andare tanto lontano. E alla fine l’ho persa. Inevitabilmente l’ho persa. Se n’è andata una sera di dicembre di un anno fa, con quelle semplici parole che dicevano, con dolcezza, che amava un altro. Pensare che lei non cambiasse, come non poteva cambiare nella fissità della mia mente, sarebbe stato come pensare di poter ballare il tango rimanendo immobili. Il movimento prima o dopo avviene, ed è la nostra capacità di osservarlo nella sua realtà a renderci ballerini e persone migliori. Io posso anche ballare il tango riproducendo il modello che ho in mente, ma per gustarlo, devo capire che il tango, come la vita, è qualcosa che avviene comunque, al di là del mio grado di comprensione, nella realtà.

E così, adesso che ballo un tango come sospeso tra la mia vita passata con lei e questa nuova vita in questa nuova città, è di nuovo settembre, è domenica, e invece di Guccini c’è Vinicio Capossela. E come quei vecchi amori che vedi appannati nel fondo dei bicchieri, mi ritorna alla mente il suo sorriso di allora, e la rivedo in lontananza, di nuovo in quella stanza di Firenze, sulla porta, proprio adesso che forse comincio a capire.

Ballo, e nel momento in cui imparo a comprendere che anche Federica esiste davvero, allora inizio a comprendere che anch’io esisto davvero, e che l’esistenza è tutto ciò che conta. Che una donna va amata, qualunque cosa questa parola significhi, ma non idealizzata. Come io invece ho fatto con Manuela. Forse con ogni donna che ho avuto. Cercare di ballare il tango significa cercare di diventare adulti, cercare di smetterla di credere che se sospendessimo la vita in un gioco di sogni, essa diventerebbe meno dolorosa. Vivere senza esistere, senza aspettarsi il cambiamento, è come ballare il tango senza ascoltare la sua musica Ho ascoltato veramente la melodia che c’era tra me e Manuela in quei nove anni? Ho ballato il tango con lei? Forse il Luca che sarebbe potuto diventare adulto è rimasto là, in quella cucina silenziosa, inondata di sole, in una fredda, indimenticabile, mattina di novembre.

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